Anastasia ovvero Dell'educazione saffica - 1

di Petra Karola Von Nekuya

    Mi chiamo Anastasia. Quando venni rapita (non seppi mai da chi) avevo sedici anni e studiavo ancora al Liceo. Ero tra le prime della classe e non sapevo che cosa fosse il Male. (Il pensiero della mia purezza oggi mi getta nell'angoscia: la mia vita mi appare come la smorfia di un ebete. Non c'è nulla di più tremendo del volto di un idiota). Inoltre non sapevo ridere. Le risate delle mie compagne mi facevano inorridire. (Il riso deturpa il volto, lo espone allo sguardo dell'altro in una forma odiosa di debolezza. Il riso, in fondo, è ridicolo). Le poche volte in cui i miei muscoli cedevano e il riso prorompeva dall'abisso delle mie viscere mi nascondevo la bocca con la mano. Lunghi brividi esasperati mi sconvolgevano la schiena e l'addome.

    La descrizione di me stessa, di chi fossi io prima di essere rapita, deve cessare qui. la paura mi mozza la lingua. Prima del rapimento, la mia vita non era altro che ebetudine, incapacità di ridere e purezza. (Io so quello che ero: una cosa vuota, e cioè - tutto il Possibile).

    Un giorno, mentre stavo uscendo da scuola, fui messa in un sacco e portata via. La tela del sacco era grezza e sapeva di terra bagnata. Fu nel lungo tempo che trascorsi nel sacco che disimparai a dormire. Ero in un buio infinito e lo svuotamento intollerabile che il mio occhio patì ebbe su di me degli effetti inauditi. Da allora il mio occhio, quando si espone alla luce, vede più di ogni altro occhio. Vede troppo. In fondo è un occhio aperto oltre ogni misura.

    Non ricordo più quando mi liberarono dal sacco. (Il tempo è l'essenza di ogni cosa, ma è tale che si lascia obliare. Il tempo è l'essenza che si oblia). Mi trovai in una stanza calda e profumata come un alveare. Ero legata a un lettino di legno rosso, ma le corde non facevano male. Trovai strano che le finestre non fossero sbarrate. (Non ero forse prigioniera ?) Al di là del vetro potevo vedere le fronde degli alberi piegarsi sotto la violenza del vento.
Stavo a guardare il temporale mentre tendeva insidie alla piatta uniformità del cielo. Alla fine, esso riuscì a imporre la sua furia. Una materia verde dilagante invadeva l'aria e di fronte a quella colata livida ebbi il mio primo orgasmo. (Esso squassò a lungo il mio interno). Da quella volta non cessai di pensare al temporale, agli schianti del cielo tra le pareti del mio corpo.  Nelle mie cosce si mescolavano gli elementi e il piacere celebrava la sua gloria.
Ma neanche allora mi addormentai.

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